L'entrata non è traumatica come si potrebbe pensare, soltanto una porta o due blindate e un metal detector, anche se abbiamo dovuto lasciare borsa e cellulare in portineria...la biblioteca è situata nel seminterrato di una palazzina e ci si accede senza vedere le celle o altri luoghi simbolo...
Mi siedo in una stanza con seggioline rosse, accanto a due donne che sembrano amiche o colleghe, studentesse o giornaliste perchè sono munite di bloc notes e sembrano in procinto di prendere appunti... non lo so che cosa sono, non sembrano detenute ma del resto nessuno presenta nessuno oggi qui. La seggiola alla mia destra invece è vuota, ma sopra c'è una rivista e una piccola trousse, la cui proprietaria ha voluto così prenotarsi il posto...mi siedo attendendo con curiosità la sorpresa dell'arrivo di questa persona che la sorte mi farà sedere vicino...e mi guardo intorno. Già ci sono delle detenute sedute, presumo tali alcune donne che si sono sedute distanti e separate dalla piccola platea, tutte sulle seggiole disposte lungo la parete, di fianco, nel piccolo corridoio che porta alla scrivania in fondo alla stanza...si capisce che si sentono a disagio, per questo hanno scelto di non sedere con le altre, in mezzo a quelle che arriveranno da "fuori", noi, le lettrici dei gruppi di lettura esterni, che il gruppo di lettura delle detenute di rebibbia ha chiesto ed ottenuto di incontrare...
infatti eccomi qui, sono nel carcere ...è stato complicato già arrivarci, lontano come mi sembra...naturalmente questa della lontananza è un'idea relativa, poichè siamo ancora a roma, entro il grande raccordo anulare...eppure ci ho messo tanto a trovarlo, forse rifuggendo dall'entrarci..
Loro ogni tanto ci guardano di sottecchi, senza farsi scorgere, e si vede che hanno un pò di vergogna...la ragazza che si occupa della biblioteca del carcere, quando ce la presentano non si mostra nemmeno, e per tutto il tempo se ne rimarrà fuori dalla stanza dove avviene l'incontro...si capisce che si vergogna molto e non scambierà in tutto con noi che brevi sorrisi...
Arriva una ragazza dolcissima e siede vicino a me. E' vestita di blu ed ha gli occhi grandi ed i capelli lunghi, un accento latino americano. Mi sorride ed io a lei, è uno scambio immediato di simpatia e di tenerezza. Dopo un pò che ci scrutiamo con la coda dell'occhio, timorose ma assetate di conoscerci, iniziamo a parlare, tra una pausa e l'altra delle conversazioni nella stanza e subito lei mi dice: "Io sono una detenuta, si vede?" "Assolutamente no !!" è la mia risposta immediata...chissà perchè riusciamo ad avere pregiudizi su tutto quanto lo scibile umano, per cui una detenuta la immaginiamo per forza rivoltante...
questa è invece una bella minuta ragazza che potresti incontrare per le vie più eleganti di Roma un giorno qualsiasi...
La simpatia verso questa ragazza di 38 anni, che è dentro da otto anni e ne deve fare altri sei (è lei a raccontarmi tutto, anche il suo reato, senza che io glielo chieda...) è immediata, mai avrei pensato di provare tanta simpatia e curiosità verso qualcuno che deve pagare il suo debito con la società...ed io quando sono entrata qui dentro ero certa che non avrei provato pietà...ma forse ho davvero il cuore troppo tenero e comunque qui dentro senti molto forte tutto questo dolore e questa disperazione di queste donne isolate dal mondo e dai loro cari e dai loro amici...e la sicurezza che questo tipo di pene non le renderà migliori ma sicuramente piene di rancore verso la società costringe a riflettere parecchio...
Dopo tante discussioni, in mezzo a cui si sono inserite le loro lamentele, le loro tristezze, le loro rassegnazioni e le loro sofferenze, arriva il momento di andare via. Ci avviciniamo e ci presentiamo alle donne che sono state più intelligenti o acute, stringiamo mani e scambiamo sguardi di simpatia e di affetto, consce delle nostre limitatezze, pronte da "libere" a dare qualcosa, amicizia forse, a queste donne che sentiamo molto sofferenti e anche sfortunate.
Presto, troppo presto ma nello stesso agognato arriva il momento di andare via... ed è come uno strappo nell'anima... vederle andare via, verso la prigione, verso quei luoghi ristretti che immaginiamo è davvero una sofferenza anche per noi che imbocchiamo l'altro lato del corridoio e che presto respireremo all'esterno l'aria libera...una angoscia tremenda.
Comunque è passato un mese ed io mi vergogno e mi sento in debito verso questa ragazza. Perchè mi è capitata una sorte migliore. Perchè ho potuto scegliere una strada avendone davanti di migliori...Perchè lei mi ha dato il suo indirizzo e mi ha chiesto di scriverle, fiduciosa e speranzosa delle mie rassicurazioni che le avrei scritto... ed io stupidamente non ho più pensato, non ho più voluto pensare a lei, e crudelmente non mi sono curata di rispettare la promessa fatta, ho cercato di dimenticarmi di lei e della sua disperazione e del suo dolore...e ora che viene Natale e tutti si riuniscono nelle famiglie e con gli amici, che tristezza avrà Ana, è così che si chiama....chissà quanto ha aspettato la mia lettera che non le è mai arrivata...ci penso tutti i giorni e tutti i giorni rimando, in preda a sentimenti discordanti e diversi...anche se ho constatato che la detenzione, la condanna sono come le malattie che ti prendono per sfortuna, che i veri colpevoli, se ricchi, sono fuori e non dentro, e che il carcere ed il manicomio sono strumenti che spesso servono a perseguitare solo i poveretti...
Ana capirà le mie remore e il mio rifiuto perchè anche lei quando era una cittadina normale nel mondo aveva idee chiare contro i malfattori ed i delinquenti, come mi ha detto subito...eppure Ana la immagino lì ad aspettare una voce, un segno dal mondo di fuori che è irraggiungibile e lontano...Ana senza visite dei parenti perchè è peruviana, Ana smagrita dai digiuni e con quelle strane piccole cicatrici sulle mani piccole, che si è certo procurata per disperazione...e questo non me l'ha raccontato ma l'ho capito pur guardandola di sfuggita...Ah quanto dolore Ana, è così forte la sensazione del tuo dolore che cerco di non pensarti e faccio finta che tu non ci sia....eppure penso tutti i giorni a te, nella tua cella, nel tuo carcere immenso, imponente, e alla privazione della libertà che è la più grande pena che si possa imporre ad un essere umano.
E mentre sento questo e mi commuove la pietà un'altra parte di me pensa ancora che hai sbagliato e che stai giustamente pagando, forse troppo duramente...ma ci hanno fatto credere che queste siano le nostre uniche difese contro la malvagità e la delinquenza, e gli unici rimedi. E' però tempo di pensare a misure diverse, che recuperino le persone piuttosto che perderle del tutto, come fa il carcere attuale...Anche se è un discorso difficile da portare avanti, perchè essere normalmente onesti è già di per sè un atto di eroismo...
(Tempo fa sono entrata nel carcere di Rebibbia, a Roma. Con un gruppo di lettrici di un Circolo di lettura abbiamo fatto visita al gruppo di detenute che avevano costituito all'interno del carcere un circolo di lettura per giudicare i libri di un Premio letterario. Nel carcere c'è una bella biblioteca, gestita dalle detenute stesse con l'ausilio di impiegati delle Biblioteche di Roma e di alcuni volontari che per quest'anno, il 2006, hanno aiutato a portare avanti questo progetto di apertura e uso della biblioteca Le detenute stesse avevano chiesto un incontro, sui libri che c'erano da recensire, con i lettori e lettrici di "fuori"..)